suicidio_di_grupp_a_marrakech

Istruzioni

Scrivi un racconto di circa 2,0005,000 parole in terza persona singolare presente partendo dal punto in cui termina il prologo di questa raccolta. Ricorda che il tuo racconto non deve precludere il racconto dell’autore successivo (per intenderci non far esplodere il Riad o non far morire Mahboul 🙂

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P R O L O G O

Mi chiamano Mahboul, che nel dialetto di queste parti significa “Quello un po’ scemo”. La parola contiene anche una lieve sfumatura ironica legata a coloro che perdono il filo del proprio percorso spirituale. E a ragione, nel mio caso.

È successo più di quindici anni fa. Era la prima volta che mettevo piede in Marocco, avevo acquistato un biglietto aereo Bologna-Marrakech per venire a trovare un amico che viveva svolgendo imprecisate attività di vendita al dettaglio. Di cosa, l’ho capito un mese dopo, quando venne arrestato per traffico internazionale di stupefacenti.

Non sapevo nulla della cultura marocchina e della religione islamica. Era estate, faceva caldo, e io vagavo per la città rimandando i pensieri che in Italia mi tormentavano assiduamente. All’epoca avevo venticinque anni, i miei genitori erano convinti che mi stessi per laureare, in realtà non avevo ancora sostenuto un esame e passavo le mie giornate al bar di via Saragoza.

Il terzo giorno, forse il quarto dal mio arrivo, pensai bene di entrare nella piccola moschea che si affaccia su piazza Jemaa el-Fna con le scarpe da tennis ai piedi. Venti secondi dopo il vecchietto, seduto davanti al portone a vendere cartoline, mi aveva preso per i capelli, trascinato fuori e con una forza inaspettata aveva preso a pestarmi con il suo bastone, continuando a sputarmi addosso la stessa parola, a mitraglia: “Mahboul! Mahboul! Mahboul! …”.

Da allora, ogni volta che mi vedeva passare mormorava “Mahboul!” sputando in terra. E siccome da Marrakech non me ne sono più andato, e vivo a due passi dalla moschea, la tradizione continua. Il vecchio e ancora lì, solo più vecchio, e io sono lo scemo del riad, “as-salāmalaykum” e benedizioni varie hanno sostituito il bolo di catarro sputato ai miei piedi.

A Marrakech mi sono fatto uno stile e una cultura. Dopo aver rivelato ai miei genitori che li gabbavo da anni, ho avuto come punizione l’apertura di un conto in banca a mio nome con la promessa di non farmi mai più rivedere a casa. Ho comprato il riad, che era fatiscente e che con sudore e fatica ho sistemato, e mi sono obbligato a istruirmi e imparare diverse lingue. Tutti i giorni leggo diversi quotidiani internazionali al Cafè de France, vado spesso a concerti, seguo le mostre e gli avvenimenti in città, ho anche fatto un corso di cucina.

Tra le tante turiste sole che di solito approccio con nonchalance in piazza, qualche anno fa ho conosciuto Gabrielle.

Veniva da Marsiglia, aveva i capelli rossi, gli occhi verdi ed era molto bella. Le feci conoscere la mia amica Aïcha, che durante il giorno lavora come imbonitrice tatua-henné insieme alla madre e che, alla notte, tolti i veli e quella sua jelabba scura, si trasforma in un’autentica paladina delle performance erotiche più estreme. Aïcha è l’unica tatuatrice della piazza che ha un’aura sexy anche quando è intabarrata dentro a quella sua corazza “salva morale pubblica”.

Gabrielle aveva voglia di provare tutto, e non parlo solamente delle leccornie che si possono assaggiare nel Padiglione dei Golosi di piazza Jemaa el-Fna. Il gioco a tre ebbe subito inizio. La portammo in macchina a visitare i villaggi berberi intorno a Ouarzazate. Io guidavo e loro due, sedute dietro, se la intendevano benissimo, Aïcha teneva una mano tra le cosce di Gabrielle, e io guardavo dallo specchietto retrovisore e cento volte ho rischiato di fare un frontale con un camion che arrivava nella direzione opposta e che avrebbe potuto scaraventarci giù dal dirupo. La portammo alle cascate di Ouzoud, dove fumammo kif al tramonto. La portammo nei suq, sui monti, a vedere le pecore, nei bar dei camionisti, a Essaouira. Sgattaiolavo nella loro camera in qualche albergo sulla strada per l’oceano e subito davamo il via alla nostra posizione preferita: io prendevo da dietro Aïcha, che ha il Signor Fondoschiena dei Fondoschiena, capace di farlo rizzare anche a un monaco trappista, mentre osservavo Gabrielle, il seno in bella mostra, che se la faceva leccare da Aïcha, e mi guardava negli occhi. Non l’ho mai capita la malinconia di quegli occhi.

Poi, dopo tramonti e cene, scopate, canne, contrattazioni e risate Gabrielle se ne tornò a casa con due valige in più di quelle con cui era arrivata.

In seguito, forse erano trascorsi due mesi dalla sua partenza, mi arrivò una sua lettera d’addio che si concludeva con “Avrei preferito farlo lì con voi, si sta così bene a Marrakech”.

Alla fine della lettera c’era un numero di telefono. Lo composi e una voce femminile mi informò che Gabrielle si era suicidata tagliandosi le vene dei polsi.

-Lei chi è? – chiese, infine, la voce.

-Un amico.

-Io sono la sorella.

Per me seguì un profondo periodo di smarrimento.

Decisi che il riad sarebbe diventato l’ultimo ristoro per chi avesse voluto farla finita.

Se ti vuoi ammazzare fallo in un bel posto, con dignità ed eleganza. Questo è il mio motto.

Io non interferisco nelle scelte dei miei clienti, non chiedo perché vogliano dire addio alla vita terrena, cosa li abbia portati a una scelta così radicale. Gli fornisco semplicemente una location confortevole, mi comporto da bravo ospite, gli do consigli su cosa vedere in città e dove acquistare tajine di terracotta o tappeti. Se poi, alla fine della vacanza, decidono che quella del suicidio era solo un’idea depressiva passeggera e vogliono tornarsene da dove sono arrivati gli chiamo un taxi che li conduca in aeroporto. Il mio augurio, in quei casi, è “Spero di non vedervi più”.

Il riad l’ho chiamato Gabrielle e c’è una sua foto in bianco e nero sopra il bancone della reception. Siamo ritratti Aïcha, Gabrielle e io abbracciati, sullo sfondo l’oceano visto dai bastioni di Essaouira. Ridiamo, il vento ci scompiglia i capelli.

Questo è il riad Gabrielle e io sono Mahboul.

La porta si apre.

-Benvenuto, lei deve essere il signor…